Falò della nuova Napoli
Ieri sera. Tarda sera. Mi ritrovo a passare per piazza Garibaldi. Quella della stazione centrale. Il punto di approdo. Il porto di ferro, la barriera d’ingresso della città di Napoli.
Faccio quelle indecifrabili rotatorie per trovare la direzione giusta.
Lo scenario è desolante ma è sempre così intorno a tutte le stazioni ferroviarie. Come se quei binari che portano fuori e dentro non potessero che attrarre l’umanità più disperata.
Al secondo rondò di cartoni e lamiere, però, devo stringere gli occhi, perchè mi si infila nella visuale il fuoco di un falò.
E’ alto, vivo.
Guardo bene, e intorno ci sono sagome femminili su tacchi alti. Saltellano sulle gambe, come se ballassero. Sembra un sabba, un rito esoterico. Cinque streghe. Ma sono solo bambine. Basta avvicinarsi un po’ per vedere volti limpidi e figure acerbe. Non so dirlo con certezza. Ma non avranno avuto più di sedici anni. Microgonne, calze color carne, giubbotti di pelle, con le mani allungate sul fuoco, e il collo in una torsione verso file di macchine che ruotavano intorno come api sul miele.
Ogni tanto qualcuna saliva su un’auto. E spariva nel buio di un vicolo.
Prostitute, probabilmente straniere, probabilmente minorenni, intorno ad un fuoco alto, a piazza Garibaldi, nel cuore di Napoli, sulla porta di Napoli.
Alla curva successiva, un altro fuoco.
Poi un altro ancora.
Era mezzanotte, e al centro della piazza della stazione centrale di Napoli c’erano tre falò con almeno una ventina di prostitute, probabilmente straniere, probabilmente minorenni, mentre alcuni turisti, giovanissimi anche loro, trascinavano trolley e zaini, e taxi imbarazzati portavano via gli ultimi arrivi della giornata.
Mi ha impressionato molto l’immagine di questa Napoli che riaccoglie nel suo ventre i falò delle prostitute. Ho avuto la sensazione di uno spaventoso arretramento. I margini che mangiano pezzi di città.
A poca distanza da quei falò c’è un commissariato di Polizia. E ogni tanto girava per la piazza una volante. Un giro innocente, una perlustrazione un po’ indifferente. Stanca. La volante superava il codazzo di auto in fila accanto ai falò, come se lì non stesse succedendo nulla.
Mi ha impressionato l’assuefazione. Il falò con le prostitute minorenni che si confondeva con lo sfondo e diventava quasi un elemento naturale di una Napoli che arretra. Che peggiora visibilmente.
Eppure abbiamo una rivoluzione in corso. Anzi, una rivoluzione già fatta.
Dov’è?
Devo essermi distratto.
Il sindaco arancione è in carica da circa 200 giorni. Non poteva certo risolvere, in così poco tempo, problemi tanto strutturati da sembrare fossili nella roccia.
Ma visto che parla di rivoluzione, forse bisognerebbe farlo passare da piazza Garibaldi, una di queste sere, e mostrargli quei falò. Oppure a via Marina, nelle buche. Oppure in certe periferie desolate dove dopo le dieci di sera ci sono solo sparuti gruppi di ragazzi appoggiati ai muri, nel buio, come ombre. Oppure in alcuni quartieri dove le regole sono quelle scritte dagli abitanti più aggressivi. Oppure su un pullman, un R2, nelle ore di punta, con i sedili scollati, l’autista che fuma, le gocce di pioggia che cadono dalle lamiere, i finestrini che non si chiudono. Oppure a Santa Lucia, dove i parcheggiatori ti chiedono due euro per non bucarti le ruote o rigarti le portiere, e tu puoi denunciarli, certo, rovinarti la serata e tirarti una sana questione di principio, ma con chi, se a quell’ora non ti risponde nessuno nemmeno al 113 mentre a te t’hanno già gonfiato solo se metti mano al cellulare?
Come si concilia questa idea della nuova Napoli con la realtà di una Napoli che riaccende perfino i falò delle prostitute?
Io lo so, come si concilia. Attaccando chi ne parla.
La prima legge della rivoluzione: se parli di un problema, tu sei il problema.
La seconda legge della rivoluzione: l’ottimismo risolve i problemi, il disfattismo li acuisce, anzi li crea.
La terza legge della rivoluzione: il cambiamento c’è, chi non lo vede è in malafede.
La quarta legge della rivoluzione: Napoli è una città straordinaria e chi segnala i problemi vuole male a Napoli.
Potrei continuare almeno fino a dieci. Ve le risparmio, perchè sono abbastanza annichilito da questo teatrino.
Come quelli che hanno una grave malattia ma non vogliono saperlo, Napoli sale le scale di corsa, si gira e dice “vedi? Sto bene! Ma quale malattia”.
Mi succede in questi giorni, anche con l’ampia discussione che si è aperta sul mio libro. Io sostengo che qui i fattori esterni condizionano gravemente la realizzazione di idee e talenti. Come risposta diretta o indiretta, ogni tanto esce qualcuno che tira fuori la storia di un napoletano che ce l’ha fatta.
Come a dire, sono tutte cazzate! Se hai idee e palle, ce la fai anche qui.
Ovviamente chi tira fuori la storia non ne chiarisce mai del tutto i contorni. Non ci dice dove ha preso i soldi quello lì, se aveva capitali di famiglia, come si è districato nella burocrazia, tra le banche, tra gli uffici pubblici, se ha pagato tangenti ai pubblici poteri, o ha ceduto al racket della camorra. Sono cose che non contano.
Conta che ce l’ha fatta. Come se i fattori fossero neutri rispetto all’obiettivo.
Per uno che, per circostanze personali, forse casuali, forse occasionali, per famiglie inserite che proteggono o per spregiudicatezza estrema, riesce a combinare qualcosa, ce ne sono mille che franano, ce ne sono mille che se ne vanno, ce ne sono mille che si stancano, ce ne sono mille messi in croce. Quei mille e mille e mille e mille potrebbero essere la vera risorsa.
Perchè non ne serve uno, per la rivoluzione, ne servono tanti.
No, questo non si dice.
Non si può dire.
Non si può parlare dei problemi.
Non si parla di malattie.
Noi non abbiamo malattie.
Noi stiamo bene.
Qui tutto va bene.
Siamo sani.
Facciamo le scale di corsa. A due a due.
Stiamo bene.
E chi parla di malattie, porta sfiga.
Che simpatia, che grandezza, che forza questa città.
E chi ci ammazza a noi?
I falò con le prostitute, poi, sono pure belli da vedere.
Questa Italia
Mi sento come un pugile suonato. Sarà stato il trittico San Valentino/Celentano/farfallina ma mi sento immerso in un bidone d’idiozia, e qualcuno ha pure chiuso il tappo, perché non vedo la luce, sento solo una puzza acida e a volte penso che sia io.
E’ colpa mia.
Non sono un moralista.
Sono per la libertà di pensiero, avendone uno, però. E per tutte le libertà, e per tutte le nudità. Soprattutto quelle femminili.
Non mi scandalizza la farfalla della soubrette, esibita sotto lo spacco, e vivisezionata dalle argute moviole del web.
Non mi scandalizza il cachet di Celentano, non più di quanto possano scandalizzarmi quelli di Totti, o di Minzolini.
Non mi scandalizzano le sue cazzate ad orologeria.
Non mi scandalizza nemmeno che un italiano su due passi una o più serate letargiche davanti alla tv.
Ognuno ha ben il diritto di fare quello che gli pare.
Non mi scandalizza niente, a dire il vero.
E’ che sono stanco.
L’altra sera sentivo un peso in mezzo al petto. La voglia di un lamento. Poi ho pensato che, in fondo, le cose mi vanno bene. Ho un libro che è arrivato perfino in classifica e che, finalmente, giri per librerie e lo trovi, e se non lo trovi è perché ha venduto tutta la prima tiratura ed è in ristampa. Ho richieste di presentazioni da mezza Italia, e giro per interviste, e incasso complimenti, e mi gratifico.
Mi succede quello che mai mi era successo da quando scrivo.
Eppure l’altra sera volevo lamentarmi. Da solo. In qualche modo. Ma non ho trovato le parole. Ho scritto e riscritto. Dove lo metto questo lamento? Su twitter o su facebook? Magari mando un sms ad un amico. Anzi, no, mo’ chiamo mia mamma e la affliggo. No, scrivo un tweet, anzi uno stato. Ma niente.
Era il lamento di un sordomuto, un rantolo. Come un pugno all’incontrario. Da dentro verso fuori.
Ho desistito e non ho scritto nulla. Ma quel lamento strozzato, come uno starnuto abortito, mi è rimasto addosso, e adesso mi viaggia dentro. Una malinconia del futuro. Non so espellerlo. Me lo palleggio negli occhi, come una lacrima secca.
E’ la gente, certe mosse, questa insopportabile furbizia.
E’ questa Italia.
Un posto fesso
Insomma, non se ne esce. Dopo i bamboccioni, i fannulloni, gli sfigati, arriva la sveglia di Monti.
“Datevi una mossa, il posto fisso è noioso”. A chi parlava, il presidente? Ai sessantenni? Ai cinquantenni?
Non certo alla mia generazione.
Io il posto fisso non so nemmeno cosa sia. Noi ci accontentiamo anche di un posto fesso. Da sempre.
A tre mesi, a sei mesi. A due anni. A quindici giorni. Con contratto. Senza contratto. Con quale contratto? Partita Iva, cococo, cocopro, gestioni separate, l’extra a nero, anzi tutto a nero, non ti ammalare, non vorrai mica avere figli, niente mutui, case condivise a quarant’anni, come studenti, ah gli studenti, sfigati i fuoricorso, ma che mi laureo a fare?
Quando sento certe uscite mi chiedo se io vivo su Marte, oppure ci vivono loro. E non mi riferisco solo ai politici. Ma anche a certi sindacalisti, o certe categorie.
Ho avuto la stessa sensazione quando si parlava di pensioni. Levate di scudi perchè qualcuno non poteva più andarci a 57-58 anni e doveva andarci a 65. Dio mio!
Che cos’è il posto fisso? Che cos’è la pensione?
Più o meno lo stesso straniamento lo vivo con l’articolo 18.
Mai visto. Cos’è l’articolo 18?
La sensazione è quella di vivere in un mondo impazzito, un corto circuito permanente. Si parla un linguaggio antico per questioni tutte moderne. Si fissano slogan per vicende complesse. Si banalizza, e non si semplifica.
E’ tutto così volgare, e io ho una gran voglia di menare un bel calcio in culo a tutto e riprendermi la dignità.
Quanti pezzi ho strappato alla mia dignità per rendermi “flessibile”, e tenermi al mondo?
Apro una parentesi personale: in queste settimane sto facendo un curioso giro di radio e tv. Sono stato a Rainews 24, con Corradino Mineo. E poi dalla gentilissima Paola Saluzzi, su Sky cielo. E poi a Rapporto Carelli, su Skytg24. E da Nicoletti, su radio24. E su radiotre. E su radio Capital. E altro ancora.
Mi chiedono opinioni, punti di vista, mi ascoltano.
Poi chiudo il collegamento e torno nella mia melma personale. La mia precarietà. Il patema di chiedere a qualcuno – un giornale, un direttore, un caporedattore, un telefono muto, una mail senza risposta – se vuole un tuo articolo.
L’imbarazzo di proporsi in continuazione, provando ad essere brillante, vivace, sprint, mentre ti sei rotto abbastanza le palle.
Stare lì a chiedere spazi, e non trovare più le parole. Il desiderio che, per una volta, sia un giornale a chiamare te e a dirti “neh, coglione, abbiamo letto quello che scrivi, non ci sembra male, vuoi collaborare?”.
Ho detto collaborare, mica essere assunto.
Macchè.
Se non hai un padrino, un compare, un familiare, un amico, un passepartout, e mica ti chiamano.
Ah, no. Ti chiamano per fare l’ospite, per dire la tua, per sentirti. Per elogiarti. Ma nessuno che si giochi una scommessa su quella specie di talento che tutti ti riconoscono e nessuno si piglia.
Nessuno che faccia una mossa.
Scendi dal palcoscenico, si spengono i riflettori, e poi ti siedi, da solo, alla tua scrivania. Pensi a chi potresti proporre, oggi, un articolo. E cosa potresti inventarti per fare uscire un pezzo e guadagnarti una ventina di euro (lordi).
Oppure fai due conti. Magari per un po’ passo. Anzi, no. Batti il ferro, mi dicono. Batto, batto. Come le puttane, no?
Penso che questa palude puzzolente ci abbia tolto, fondamentalmente, una cosa. La dignità.
Si può avere ancora un po’ dignità, presidente Monti, o è un lusso che non possiamo permetterci?
Sono indubbiamente uno sfigato
Io mi sono laureato oltre i ventotto anni e sono, senza alcun dubbio, uno sfigato.
Mi sono perso in tanti di quei pensieri. E poi avevo il vizio dell’autonomia. Ho smesso di chiedere soldi a casa a venti anni. Me li guadagnavo da me. Pochi, ma buoni. E poi mi piaceva giocare a pallone, andare sott’acqua, bere birra, andare al cinema, scrivere.
Studiavo il mondo, mentre studiavo i libri.
E ogni tanto facevo un esame.
Sono indubbiamente uno sfigato, in tutte le accezioni possibili di questo termine. Ho perfino la panza.
Il mio papà è un poliziotto. La mia mamma una casalinga.
Il ventisette del mese, mio padre prendeva lo stipendio e lo dava a mia mamma, che lo infilava nel primo cassettone della camera da letto, sotto i lumi della nonna. Mio padre si teneva qualcosa per la benzina, le sigarette, e il quotidiano, perché anche mio padre aveva un vizio, quello di leggere il giornale tutti i giorni.
Mia mamma, dal cassettone, ha tirato ogni mese della nostra vita i soldi per il mutuo, per la spesa, per i vestiti, per le bollette, per le tasse, per i giocattoli, per i libri scolastici, e perfino per la villeggiatura.
E risparmiava pure per comprare i Bot.
Ho mangiato spesso carboidrati, da bambino. E si vede, oggi, da adulto. Mia mamma le chiamava le quattro P. Pane, pasta, patate e pizza. Lei impastava farina, lievito e acqua calda. Cucinava con poco. Due soldi e si mangiava.
Siamo cresciuti in una magnifica dignità. Mi sembrava di essere ricco.
Ma sono indubbiamente uno sfigato. Anche perché da quando mi sono laureato (110, eh) nessuno mi ha mai chiesto se lo fossi.
Mai.
Nemmeno una volta.
Dopo la laurea, per aggiungere sfiga a sfiga, ho preso anche un Master. Centodieci e lode. Ma non sono mai andato a ritirare la pergamena. Manco un certificato.
Sono passati un po’ di anni e non ho mai avuto il piacere di dirlo, che ho un master.
Ogni volta che ho chiesto un lavoro, la prima domanda non è stata sulla laurea, ma “a chi appartieni?”.
Non così diretta, certo. Ma il senso è sempre stato quello. E quando dicevo “a nessuno”, mi hanno guardato davvero come uno sfigato.
Uno sfigato laureato.
L’uscita del viceministro Martone, essendo io un ex studente fuoricorso che si è laureato oltre i ventotto anni, non mi ha offeso. Ho capito quello che voleva dire, e forse aveva anche una punta di ragione. E’ assurdo che l’Università sia un parcheggio, e che i ragazzi vi stazionino anni e anni, in attesa di chissà cosa.
Ma da un uomo di governo mi aspetterei che, di fronte ai tanti fuoricorso, si interrogasse sulla complessità, e non se ne uscisse con gli slogan, e le banalità.
Dietro gli studenti universitari, dietro i ragazzi, c’è un mondo di sogni, di bisogni, di progetti, di difficoltà, di ostacoli, e anche di demotivazioni, di stanchezze interiori, di dinamiche familiari. E la vicenda andrebbe letta, in controluce, sullo sfondo di un mercato del lavoro precario, di una università ridotta ad esamificio, di prospettive assenti, e di motivazioni fragili.
Invece è più comodo coniare slogan, alla Brunetta, e guadagnarsi due grammi di comoda notorietà.
A proposito, pensandoci bene, non vi sembra che il vero sfigato sia chi, per conquistare una pagina di giornale, deve sparare cazzate?
A volte succede
A volte succede.
Scrivi due righe. Le pubblichi sul tuo blog. Le condividi con gli amici. E ti ritrovi, improvvisamente, dove non avresti mai pensato di essere.
Per esempio, sulla seconda pagina di Le Monde.
A volte succede. A me è successo.
Poi trasformi quelle due righe, che sono piaciute tanto, in un racconto lungo, con personaggi, dialoghi, storia, struttura, trama, e, di base, la stessa morale.
Lo fai sportivamente, senza obiettivi perchè scrivere è un tuo spazio abituale. Ma ti ritrovi con un grosso editore che decide di pubblicarti.
A volte succede. A me è successo.
Esce domani, in tutte le librerie, “Se Steve Jobs fosse nato a Napoli“. Lo pubblica Sperling & Kupfer. Costa dieci euro e cinquanta e lo trovate anche in versione e.book.
Il libro è la storia lunga di Stefano Lavori e Stefano Vozzini, due ragazzi dei Quartieri Spagnoli, e della loro avventura. Il tentativo di costruire a Napoli un computer innovativo, moderno, veloce. L’idea del secolo, secondo loro, che però si scontra con i mille ostacoli di chi decide, in Italia, di mettersi in proprio, di avviare un’attività. O anche solo di ostinarsi nella realizzazione di un proprio talento, scommettendo esclusivamente su quello.
Sono felice di questo libro e lo considero una esperienza straordinaria, esaltante proprio perchè nata dal nulla, dalla mia periferia personale.
Un blog, un post, una inattesa attenzione popolare, un romanzo, un grosso editore, un libro.
Sono, a tratti, ancora incredulo.
Non debutto. E’ il mio quarto libro. Ho scritto un piccolo volumetto di racconti (CentoAutori edizioni), e due romanzi (Cicorivolta edizioni). Li ho pubblicati con piccoli editori, che hanno investito generosamente su di me, senza chiedermi né soldi né acquisto copie né altro.
Hanno investito i pochi mezzi che avevano.
Ho lottato perchè quei libri girassero, e mi sono emozionato quando li ho visti spuntare eroicamente in qualche libreria. Li ho promossi personalmente, con presentazioni e richieste di recensioni. E mi sono tolto molte soddisfazioni, anche se penso che avrebbero meritato più ascolto.
Oggi l’emozione è la grande editoria. Che significa, sostanzialmente, essere visti. In libreria, sui giornali. Significa che il lettore può sceglierti con facilità. Se vuole. E’ una bella prova. Un’opportunità. Una gioia.
Sono molto soddisfatto del libro che domani troverete in giro. Non era facile scriverlo. Il post aveva una sua compattezza. C’era già, in qualche modo, un percorso narrativo. Ma sviluppare una storia di circa 200 pagine da un post di due era arduo.
Io dico di esserci riuscito bene. Poi, ovviamente, il giudizio vero spetterà a chi vorrà leggere il libro.
Vi sorprenderà trovarlo tra i “saggi”. E’ un romanzo, una storia di fantasia. Una narrazione ma talmente legata all’attualità da finire nella saggistica.
Siamo su un terreno di mescola. Ci sto bene. Mi piace. Credo nella contaminazione dei generi. E mi sto affezionando all’idea di utilizzare le suggestioni della narrativa per indagare la realtà. Non solo il senso della vita, com’è nella migliore tradizione della letteratura. Ma anche le modalità, la struttura sociale.
Una via letteraria all’inchiesta giornalistica.
Il post sullo Steve Jobs napoletano, e il libro che esce domani, si muovono lungo questo percorso. A modo loro. C’è una connotazione umoristica, leggera, perchè la storia è una satira. Ma c’è uno sfondo amaro, teso. E’ un libro problematico. Si elencano questioni spinose e irrisolte, e questo non piacerà a chi ama proporre una immagine dell’Italia, e di Napoli, e magari di se stesso, edulcorata e consolatoria.
E’ un libro problematico ma non disperato. C’è un filo di fiducia. Le persone, innanzitutto. E il bisogno di parlare dei problemi, per conoscerli, e risolverli.
Su questo si è concentrata la riflessione di Pino Aprile, il giornalista (meridionalista), autore di Terroni e Giù al sud, che ha voluto gratificarmi con una sua prefazione.
Se vorrete, da domani, potete cercarmi in libreria. E leggermi.
Facendolo, com’è successo col post, sorriderete, vi riconoscerete, rifletterete, passerete qualche ora in buona compagnia. Almeno, spero.
Per me sarà come essere, continuamente, sotto gli occhi di ciascuno di voi. Bellissimo e insopportabile.
La mattina si indignano e la sera si accomodano
Da queste parti, e intendo Napoli, Caserta, Casal di Principe, Marano, Villa Literno, Qualiano, insomma ci siamo capiti; da queste parti, due sono le cose: o sei contro le mafie o non lo sei.
Se sei contro le mafie, si vede. Perchè paghi un prezzo. Un prezzo alto. Molto alto. Vai in guerra, perchè le mafie non giocano. Sanno come trattare chi le contrasta. Hanno armi e metodi spicci.
Quanti politici, quanti giornalisti, quanti uomini e donne, da queste parti, quelle dette sopra, e anche altre parti, insomma ci siamo capiti; quanti hanno problemi con le mafie? Quanti sono stati minacciati? Pochissimi. Qualche magistrato, qualche giornalista, qualcuno delle forze dell’ordine, qualche imprenditore coraggioso, qualche commerciante esasperato.
Politici? Pochi. Quasi nessuno.
Resta la memoria di Angelo Vassallo, sindaco di Pollica. Mi ricordo, qualche anno fa, di qualche sindaco sotto scorta per minacce.
Per il resto, tutto tace.
Cosa significa? Significa che da queste parti (e intendo Napoli, Caserta, Casal di Principe, eccetera) c’è un complessivo accomodamento. Le mafie agiscono per lo più indisturbate. Ci si convive.
Un Ministro della Repubblica, tempo fa, disse proprio questo: con la criminalità organizzata bisogna imparare a convivere. Un sindaco di questi territori sosteneva più o meno lo stesso quando teorizzava che bisognava amministrare “nonostante la camorra”. Significa non dare fastidio, così non ne hai. Fai finta di non vedere. Vai per la tua strada. Trova un accomodamento, sennò ti fanno saltare.
Così siamo diventati tutti complici. Non collusi. La collusione è un’altra cosa. E’ un patto, un accordo. Ma complici. Per mancanza di coraggio. O per opportunismo.
Faccio questa riflessione all’indomani del voto della Camera dei deputati sulla mancata carcerazione di Nicola Cosentino. Ho sentito un’ondata di indignazione popolare. Lo volevano tutti in galera. Eppure, su questi territori, Cosentino, e quelli come lui, quelli vicino a lui, prendono decine e decine di migliaia di voti. E hanno tante aree di contiguità politica. Tessono alleanze trasversali, fanno affari. E possono contare sul silenzio omertoso di tutti, sull’opportunismo di altri, sulla sottile strategia del nonostante, che poi è quella che più aiuta le mafie.
Mi chiedo spesso se il Paese reale sia migliore della classe politica che produce. E mi rispondo, da tempo, di no.
Anche a me ha dato fastidio il voto di ieri della Camera. Mi ha dato fastidio quel senso di impunità, così arrogante, così esibito. Mi hanno dato fastidio i festeggiamenti di chi abbracciava e baciava uno che, comunque, resta imputato in un processo per camorra, e indagato in un altro processo per reati affini.
Un Parlamento che festeggia il mancato arresto di un deputato. Cose che nemmeno nei film.
Ma penso che il problema non sia lì. Il vero problema è un popolo indifferente, furbo, che urla una cosa, e ne fa un’altra.
Un popolo che fa sempre la morale al vicino ma assolve se stesso.
Non so se Cosentino sia colpevole. Lo deciderà la magistratura, che dovrà cercare prove inoppugnabili, com’è giusto che sia in uno Stato di diritto. Non mi dispiace che possa farlo da uomo libero, anche se vorrei che questa possibilità venisse data più spesso anche ai cittadini comuni, che invece fanno mesi e mesi di carcere preventivo, e poi magari vengono assolti.
So, però, che il tema che mi sta a cuore non è la colpevolezza o meno di Cosentino. Ma la sua responsabilità politica.
La sua e quella di tutti noi. Di questo popolo che tace.
La politica non ha bisogno di prove, né di sentenze. La politica si fonda su liberi convincimenti.
Il mio convincimento è che le mafie, qui, non le combatte quasi nessuno.
A cominciare da quelli – e sono davvero tanti – che la mattina si indignano e la sera si accomodano.
Se Giorgio Bocca fosse nato a Napoli nel 1980
Mettiamo che nel 1980, a Napoli, un uomo di nome Gennaro Bocca abbia avuto un figlio maschio, e abbia deciso impunemente di chiamarlo Giorgio.
Giorgio Bocca.
L’uomo è un operaio dell’Olivetti di Arcofelice, Pozzuoli. Qui è nato l’embrione del primo personal computer, e qui Adriano Olivetti, e il grande scrittore Paolo Volponi, hanno disegnato, in faccia al mare flegreo, la fabbrica dal volto umano.
Gennaro Bocca ha assemblato tutta la vita macchine da scrivere, e il figlio, a furia di battere su quei tasti, all’età di tredici anni, comincia a dire a tutti che vuole fare il giornalista.
Si chiama Giorgio Bocca, è nato a Napoli, vive a Pozzuoli, ha tredici anni, è figlio di operaio, e nel 1993 decide che vuole fare il giornalista. Lo dice a tutti, e un po’ gli ridono dietro.
“Ti chiami Giorgio Bocca e vuoi fare il giornalista? E meno male che non ti chiami Totò Riina”, commentò lo zio Franco, fratello della madre, che aveva una edicola a Napoli e che, per questo, tutti chiamavano “giurnalista”, cioè quello che vende i giornali.
Il piccolo Giorgio si tiene stretto il suo sogno. Anzi, la clamorosa omonimia lo gasa. Si sente quasi un predestinato.
Quando i suoi amici giocano a calcio lui fa la telecronaca a bordo campo.
A sedici anni, Giorgio Bocca, nato a Napoli nel 1980, decide di fare il passo. Scrive una lettera ad un caporedattore di un grande giornale. Si firma solo Giorgio, senza il cognome.
Viene convocato nel giro di due settimana. Il caporedattore gli fa visitare la redazione, lo porta in tipografia, nelle stanze circolari come giostre. Lui ne è inebriato. Ma quando chiede di lavorare lì, l’uomo sorride e gli dice “sei troppo giovane, questo è un grande giornale. Fai diciotto anni, un poco di esperienza coi giornalini della scuola, e poi ne parliamo”.
Solo questo gli doveva dire.
Giorgio non torna nemmeno a casa che già bussa al portone di un mensile locale. Chiede di scrivere. Gli dicono, va bene, proviamo, scrivi un articolo al mese su quello che succede nelle scuole della città.
Lui comincia, il primo articolo è da buttare. Glielo fanno ripetere cinque volte. “Questo è un temino, ragazzo”, gli dicono, “tu devi scrivere le notizie mica i pensierini”. Alla sesta volta, Giorgio capisce e scrive il pezzo giusto. In pagina, senza nemmeno una modifica.
Quando esce, Giorgio compra sei copie del giornale in sei edicole diverse. Non ci può credere che su ognuna ci sia il suo nome, e il suo articolo.
Dopo un paio di mesi, il direttore del giornale gli affida la cronaca nera, e poi la politica. Giorgio arriva a firmare pure otto pezzi a numero. “Il ragazzo è bravo – disse il direttore al papà -. Ma fosse veramente un predestinato?”
Ai genitori importava una cosa sola: il diploma, e poi la laurea.
“Ti devi istruire”, gli dicevano. Ma Giorgio Bocca pensava solo ai giornali. Ragionava, ormai, come una notizia. Ogni cosa che vedeva la scomponeva, e la ricostruiva con i fatti nelle prime cinque righe.
Quando compì diciotto anni si ripresentò dal caporedattore del grande giornale. Aveva gli articoli in una cartella e disse: “eccomi qua, sono maggiorenne e ho fatto esperienza. Posso scrivere?”.
Gli disse di sì.
Quando tornò a casa, però, non potè festeggiare. L’Olivetti, dopo varie trasformazioni, stava per chiudere, e il padre sarebbe finito in cassa integrazione. Due anni di sussidi, uno scivolo verso la pensione anticipata, quattro soldi in busta paga, e lo scippo del lavoro che avrebbe incupito l’uomo fino a svuotarlo.
Giorgio Bocca, per far contento il padre, si iscrisse all’Università. Ma contemporaneamente cominciò a lavorare col grande giornale. Prima con le brevi, senza firma. Poi qualche pezzo di piede, per la cronaca provinciale. Poi la prima apertura, in cronaca locale. Poi, di più. I primi tempi era lui a segnalare le notizie, e poi ad andare sul posto, e poi a tornare a casa, a scrivere, a mandare l’articolo via fax e, se a tarda ora, dettarlo ai dimafoni.
I pezzi glieli pagavano 15mila lire l’uno, ne riusciva a fare anche venti al mese. Erano 300mila lire, e per uno studentello non era male. A lui non sembrava vero di potersi pagare almeno la benzina nella macchina, e qualche libro all’università.
Dopo due anni divenne pubblicista. L’impegno col giornale era più intenso. Ogni tanto andava in redazione. Lo chiamavano abusivo. Non doveva rispondere al telefono, e se arrivava qualche pezzo grosso doveva dire che era di passaggio, era venuto a portare il pezzo.
Si sedeva alla scrivania col cappotto, e non se lo poteva togliere.
Ma lavorava felice perchè i tasti, i trilli, le gabbie grafiche, l’odore dell’inchiostro, le foto, l’equilibrio perfetto di un titolo, gli gonfiavano il cuore.
Nel Duemila entrò l’euro. Giorgio Bocca aveva vent’anni. Le sue 300mila lire divennero 150 euro, e ci metteva solo la benzina. In due anni di università aveva fatto solo cinque esami. La sua testa era altrove.
“Ma mi laureo, non ti preoccupare. Non è meglio che mi faccio pure una gavetta per il lavoro, papà?”.
Il padre non aveva più molta forza. Passava le giornate stancamente davanti alla tv.
Giorgio Bocca, nato a Napoli nel 1980, con la passione per i giornali, nel 2005 festeggiò cinque anni da pubblicista e quasi 500 articoli pubblicati. Aveva scritto di tutto, dallo sport agli omicidi di camorra. Tre volte in prima pagina. Solo col cognome, e col rimando all’interno, ma, oh, cazzo, era la prima pagina.
Ma l’assunzione?
Ogni tanto qualcuno gli diceva di tenere duro, di avere carattere, che ce l’avrebbe fatta.
Ogni tanto qualcun altro gli diceva “leva mano, qua sta tutto in crisi, non ci saranno assunzioni”.
Qualche altro ancora gli diceva “vattene a Milano, lavori gratis per un po’ ma ti fai conoscere e quelli ti prendono, qui non hai futuro”.
Uno gli disse “fatti uno di questi master che stanno uscendo, diventi praticante, poi fai l’esame da professionista, uno stage, e stai con un piede dentro”.
Lui alzava sempre le spalle. Soldi per master o per soggiorni fuori, in famiglia, non ce n’erano. Di levare mano non se ne parlava.
Diceva a se stesso che con il suo amore per il mestiere ce l’avrebbe fatta. Prima o poi.
Ebbe un primo cedimento quando il giornale fece una batteria di assunzioni. “Una infornata”, dissero.
C’erano tre belle ragazze, oggettivamente. Più giovani di lui, e che avevano cominciato dopo, e che non si capiva bene come fossero state scelte. C’era il figlio di un imprenditore. Uno a cui non si poteva dire di no. E c’erano tre figli di giornalisti: i padri erano andati in pensione e avevano preso i figli.
E io? Cominciò a chiedersi Giorgio Bocca, nato a Napoli, nel 1980.
Decise di andare a parlare col direttore, e si stupì quando questi mostrò di non conoscerlo. “Lavori con noi?”, chiese. Nientedimeno?
Ci rimase così male che decise, per qualche giorno, di non farsi sentire.
Lo chiamarono e lui si fece negare. Poi tornò, e lo cazziarono. “Che si scompare così?”.
Fu felice del rimprovero.
Seguì il consiglio di un collega anziano, che aveva fatto causa anni addietro ed era stato assunto. Cercò di collaborare anche con altri giornali. E intensificò gli esami all’università.
Si laureò a 28 anni, nel 2008, e il giorno stesso della tesi, tornò a casa a scrivere. Avevano ammazzato uno e c’era mezza pagina da riempire.
Intanto, nel grande giornale, con cui scriveva ormai da otto anni, guadagnando, quando andava bene, 300 euro al mese, era cambiato il direttore. Decise di anticiparlo, e andarci a parlare prima che prendesse confidenza.
Portò parte degli articoli e si vestì di faccia tosta. “Ma tu davvero ti chiami Giorgio Bocca? Ma vedi un po’”, disse il direttore. Che, dopo averlo ascoltato, disse: “ti tengo presente, magari per qualche sostituzione. Poi vediamo. Tu sei professionista?”.
“No, sono pubblicista”.
“Buonanotte. Come ti piglio? Devi diventare professionista, noi assumiamo solo professionisti”.
Il fatto è che per diventare professionisti devi essere assunto da un giornale. Ma un giornale ti assume solo se sei professionista. Il praticantato non lo fanno fare quasi più a nessuno.
Che inferno. Poteva fare una vertenza anche lui. Ma ci voleva la spinta. Poteva fare un master. Ma ci volevano almeno 15mila euro l’anno.
Non poteva fare un cazzo. Cioè, poteva fare l’unica cosa che sapeva: lavorare, lavorare, lavorare.
Riprese le sue collaborazioni. Scriveva quasi tutti i giorni. Trecento, quattrocento euro al mese. Si mise a dare lezioni private, la sera, un paio d’ore, per arrotondare. Poi scriveva temari per le case editrici, e tesi di laurea a pagamento.
Alcuni mesi arrivava a 800 euro.
Al giornale ripresero le assunzioni. Solo a tempo determinato. Solo professionisti. Qualcuno lo era diventato coi master, qualcun altro con le tv private, dove è più facile. Ma ci vuole la conoscenza.
“Guagliò, ma tu che vuoi fare?”, gli disse laconico il padre quando Giorgio Bocca fece trent’anni.
“Che voglio fare, papà?”
“Eh, che vuoi fare?”
“Voglio fare il giornalista”.
” E nun è cosa, figlio mio. Stai faticando da quando eri piccirillo e manco ti sistemi”.
“Papà ma io più di lavorare, di fare il mio dovere, che devo fare?”
“Ma sei sicuro che sei bravo? Forse non sei capace”.
“Mi fanno i complimenti, mi dicono che sono bravo, continuamente. Mi pubblicano tutto senza cambiare niente, e mi chiedono di scrivere. Se non fossi capace mi avrebbero preso a calci in culo, no?”
“E allora si vede che non è destino, trovati un’altra cosa”.
Giorgio insistette un altro anno. Poi il padre morì, all’improvviso, d’infarto, e la mamma rimase sola con la pensione minima. In quegli stessi giorni lo zio edicolante decise di ritirarsi e propose al nipote di prendere l’edicola in gestione.
“Volevi fare il giornalista? E fai ‘o giurnalist”.
Fu così che Giorgio Bocca, nato a Napoli nel 1980, piegò il suo sogno in quattro e si sistemò nel piccolo chiosco al centro di Napoli. Sempre in mezzo ai giornali, stava.
Il destino si era sbagliato di poco.
Non è mica da questi particolari
Non aveva ancora compiuto diciotto anni, quando, a Torino, il mister della prima squadra, arrivò al campo di allenamento della Primavera e si mise a seguire la partitella sulla panchina con l’allenatore delle giovanili.
Era piccolo e magro, una camicia bianca infilata nei pantaloni, si chiamava Giovanni Trapattoni e seguì fisso e serio alcuni giocatori.
Alla fine, il mister scese negli spogliatoi e chiamò a sé tre ragazzi.
Uno si chiamava Gabriele Pin, era nelle giovanili dal 1975. Un centrocampista bassino e tenace, timido. Un altro si chiamava Ivano Marilio, arrivato a Torino da appena un anno, un terzino destro robusto che menava legnate anche a ragazzini.
Il terzo era Ennio.
Ai tre, il mister disse: “voi questa estate venite in ritiro con noi”.
Fu così che Ennio Montana, nell’estate del millenovecentosettantotto, all’età di diciassette anni, entrò nel giro della prima squadra, che si chiamava Juventus, e aveva appena vinto lo scudetto. I tre ragazzi della Primavera furono messi in stanza insieme, e tenuti come separati dal resto del gruppo. Si allenavano, correvano, ma nelle partitelle, per esempio, dovevano starsene buoni, in disparte, non esagerare, tenere dentro la gamba.
Erano poco più di una sagoma e dovevano guardare, ascoltare, imparare, tacere. Ennio si trovò a correre e ad allenarsi con gli stessi calciatori che aveva appeso alle pareti della sua stanza, con i poster a colori usciti dal Guerin Sportivo. Lui ne aveva tre, ovviamente tutti della Juventus perchè non si potevano tenere poster di altre squadre. Il primo era quello di Roberto Bettega che in quella foto si alzava in volo davanti alla porta e andava a colpire un pallone altissimo con la testa brizzolata. Il secondo, a seguire, accanto sulla testata del letto, quello di Franco Causio, che volava piccolo e astuto, sulla fascia, con i suoi baffi neri. Il terzo, rigido come una sentinella, nell’angolo di due pareti, quello di Romeo Benetti, con le braccia incrociate al petto e i baffetti rossi.
Ritrovarseli in campo, vicini, fu curioso. Sembravano più magri, avevano anche una distanza strana, come un alone di superiorità.
Quell’estate, il mister portò Ennio in panchina durante il turno estivo di Coppa Italia, senza però farlo entrare. Tempo un mese arrivò la chiamata di Trapattoni anche per il campionato. Due volte in ritiro prima di due incontri, senza però convocarlo per la partita.
La terza volta, finalmente, in panchina anche in campionato.
Giancarlo Alessandrelli, il portiere in seconda, gli fece segno di sedere accanto a lui. Lo accolse con un sorriso larghissimo e una manata nei capelli. Era stato anche lui nelle giovanili della Juventus, e da qualche anno era in prima squadra. Ma non era mai entrato in campo. Il portiere titolare si chiamava Dino Zoff.
Per tutto l’incontro Ennio sperò di non essere chiamato. Aveva un tremore alle ginocchia, un formicolio insistente, che se si fosse alzato si sarebbe sbriciolato al suolo. Per fortuna il mister, pur avendolo guardato un paio di volte, non gli fece alcun cenno.
Passarono due mesi, Ennio tornò a giocare nella Primavera, e quasi ci aveva tolto il pensiero. Trapattoni, però, tornò a chiamarlo.
Era dicembre. A Torino arrivò l’Inter. In panchina, Alessandrelli gli allargò il solito sorriso e lui andò a sedersi lì vicino. Sette minuti e Baresi segnò, facendo infuriare Trapattoni, che cominciò a inveire contro tutta la difesa. Per mezz’ora si sentirono solo urla, fischi e parolacce. Poi Boninsegna pareggiò e il mister si placò fino all’intervallo. Nel secondo tempo, la partita si trascinò stanca, fino a che Trapattoni non lanciò due occhiate di seguito a Ennio, facendolo sussultare di paura.
Pochi minuti dopo si sentì un urlo a centrocampo. Una maglia bianconera si attorcigliò al prato, rotolando. Il numero dieci si era fatto male da solo, al ginocchio, girandolo mentre correva all’indietro.
Il mister puntò l’indice contro Ennio e gli fece segno di prepararsi. Dovette ripeterlo due volte perché Ennio rimase immobile, incredulo. Alla seconda volta, scattò in piedi, tolse la tuta e andò a correre sulla linea del fallo laterale, sperando che fosse un falso allarme e che non ci fosse bisogno di entrare. Invece il titolare, zoppicando e bestemmiando, si avviò verso la panchina. Il mister fece segno ad Ennio di avvicinarsi. “E’ il tuo momento, ragazzo. Devi tenere la posizione rigidamente, non salire e non scendere, ferma la palla, guardati intorno, devi piazzarla dove sai tu, nel punto giusto. Ti chiedo solo questo. Ferma la palla e lancia. Mi raccomando”.
Gli diede una pacca sulla spalla e lo lanciò in campo.
Era il millenovecentosettantotto quando il calciatore Ennio Montana, all’età di diciassette anni, debuttò in serie A. In quel momento, con l’orecchio incollato ad una radio, mister Cardiello, il suo primo allenatore, lanciò un urlo di gioia; vicino a lui, il portiere del palazzo dove aveva abitato da bambino, piangeva.
Il papà, invece, no.
Il papà era morto un’ora e mezza prima che lui entrasse in camp. Di infarto, sul divano, davanti alla tv, senza riuscire a dire nemmeno aiuto, mentre la mamma era in cucina a lavare i piatti del pranzo domenicale.
Era morto in silenzio, come a rispettare, anche sul finale, la sua invocazione alla tranquillità. La mamma se ne rese conto dopo due ore, quando gli portò il caffè e vide il marito con la bocca aperta e la testa piegata di lato.
Così quando Ennio telefonò a casa per dire “hai visto, papà, ce l’ho fatta, sono entrato in serie A”, non rispose nessuno.
(appunti per un romanzo che forse scriverò, o forse sto scrivendo, o forse ho finito).
L’equità che sogno
Oggi, alle dodici, con una conferenza stampa, Monti apre la cosiddetta fase due del suo Governo.
La fase uno è stata una manovra di emergenza che ha scorticato per lo più la pelle viva di chi ha redditi certi e documentati (lavoratori dipendenti e pensionati), e beni registrati (case, auto), riformando finalmente le pensioni e cominciando a toccare anche qualche interesse forte.
Non sono stato tra quelli che si sono lamentati.
Il Paese era, ed è, sull’orlo di un disastro finanziario. Il default ci travolge tutti, e non sono molti ad averlo capito. Monti non aveva scelta. Doveva colpire subito, e poteva farlo solo così. In modo doloroso e in parte iniquo, certo, com’è iniquo questo Paese e com’è iniqua questa economia. Ma non c’era un altro modo. Si può fare filosofia su patrimoniali e armamenti e lotta all’evasione fino alla noia. Ma non si fa cassa in 48 ore con gli slogan.
E’ dura, lo so, ma è così.
Ora, dicevo, comincia la fase due. Quella che dovrebbe avviare il cambiamento dell’Italia, e forse renderla per davvero diversa. C’è la possibilità di avviare un’azione di sistema. Io mi auguro che Monti tiri fuori le palle (mi scuserà per questa espressione così poco adatta al suo aplomb) e non si faccia insabbiare da corporazioni e interessi. I primi segnali sono stati negativi. Monti mi è apparso timido e titubante. Non credo sia questo il suo ruolo. Per le timidezze ci bastavano i politici.
Le corporazioni si sono sollevate. E lo faranno ancora. Ci sono interessi diffusi, e parassitari. E ci sono anche situazioni complesse. Io mi auguro che di fronte ad un’Italia che non vuole cambiare, che guarda al passato, che vuole tenersi stretta le sue mille mediocrità, Monti affondi il coltello e ci faccia moderni.
Bisognerà scavare nelle piaghe, scardinare i bulloni pazzi di un Paese che gira a vuoto.
Mi auguro che lo faccia senza riguardi. Mi auguro che crei le condizioni per liberare il merito e non le appartenze, i valori e non le clientele, le capacità e non gli inciuci.
E’ questa l’equità che sogno.
Mi auguri che cambi l’Italia. Oppure, è meglio che se ne vada. E noi pure.
Io ricomincerei da qui
Faccio mia una espressione, che mi è piaciuta, di Marino Niola: “passare dal vorrei ma non posso al potrei ma non voglio”.
Mi sembra che fotografi bene l’opportunità, che spesso fiorisce nel dramma, offerta da questa brutta crisi economica. Abbiamo la possibilità, sul sentiero stretto della recessione, di fare una riflessione critica sui nostri consumi.
Siamo una società obesa. Abbiamo le case zeppe di condizionatori e tv, e mentre li accendiamo piangiamo miseria.
Ci lamentiamo di salari bassi, tasse alte, prezzi super, e non ci perdiamo un modello della Apple, o dell’ultimo cellulare.
Con un occhio sull’IPhone o l’Ipad esprimiamo il prossimo desiderio, mentre l’altro occhio frigna per tagli e manovre.
Facciamo la rata per il frigo americano, per il maxi televisore in Hd, ci mettiamo il decoder SKY, per vedere le partite, abbiamo il forno elettrico gigante per le cene numerose, il microonde per scongelare, il fornetto per le cose veloci, il Bimby che fa anche i sughi e il robottino che lava a terra da solo.
Ci siamo riempiti di oggetti. Quando si rompono li buttiamo. Se prima non esce il modello aggiornato, che dobbiamo comprare a tutti i costi perchè sennò siamo indietro.
Quante cose, tutte utili, tutte belle. Ma tutte così indispensabili?
Mia mamma e le sue sorelle si sono passate, per anni, culla, passeggino e vestititi per me, mio fratello e tutti i miei cugini. Materiali indistruttibili, per un verso, e allegramente condivisi, per un altro.
Mia nonna non buttava mai nulla. Metteva ogni cosa in magnifiche scatole di latta. Sugheri, spaghi. Le prime bottiglie di Coca Cola erano in vetro (molto più buona la Coca Cola in vetro!) e bisognava conservare il vuoto, che era a rendere. Altro che differenziata. La “buatta” dei pomodori, dopo l’uso, ripulita e riempita di terra, riusciva perfino a diventare un vaso per i fiori.
Non voglio fare il nostalgico, di un tempo che ho appena sfiorato per giunta. Né voglio fare l’elegia del passato. Non rimpiango l’acqua di pozzo e i panni lavati a mano nel fontanone. Il progresso ci ha migliorato tantissimo la vita. Ma ci ha anche, lentamente, fatti schiavi. Ci lamentiano dei soldi che ci tolgono con le tasse, o di quanto poco guadagniamo. Ma non riusciamo a fare una riflessione critica su come spendiamo i nostri soldi. Su quanta utilità si potrebbe trarre da un modo diverso di gestire il nostro rapporto con gli oggetti. Se ho un IPhone davvero mi serve un IPad? Se ho un pc fisso a casa e uno in ufficio, davvero mi serve un portatile? E se ricominciassi a toppare con filo e ago quel calzino col buco?
Le grandi crisi economiche sono state, nella storia dell’uomo, anche maestosi momenti di ripensamento su sé, sul proprio senso nel mondo.
Io ricomincerei da qui.
(E adesso affrettatevi a comprare gli ultimi regali, che domani è la vigilia).
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